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Trading e tasse: cosa c’è da sapere (e da fare)

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Come funzionano le tasse nel trading? E come vanno dichiarati i redditi?

Vediamo in questo articolo ciò che concerne la fiscalità nel trading, comprese le famose minusvalenze, qualora le abbiate.

Come inquadrare i guadagni derivanti da attività di trading?

I redditi provenienti dall’attività di trading sono inquadrabili nella più ampia categoria delle “plusvalenze di natura finanziaria”.

Il sistema tributario italiano prevede che l’applicazione dell’imposta sui redditi finanziari possa avvenire in base ai seguenti regimi, tra i quali il contribuente può liberamente scegliere:

  1. Dichiarativo: le plusvalenze, al netto delle minusvalenze realizzate nello stesso anno o nei 4 anni precedenti, dovranno essere riportate nella dichiarazione fiscale per la liquidazione della relativa imposta;
  2. Amministrato: la liquidazione e il versamento dell’imposta dovuta saranno effettuati dal sostituto d’imposta (banca o broker), esonerando in questo modo il contribuente da qualsiasi adempimento in ordine alle tasse;
  3. Gestito: può essere scelto nel caso si sia titolari di una gestione patrimoniale.

A seconda del regime fiscale scelto dipenderanno anche le tasse da pagare per l’attività di trading.

Tasse nel trading: il regime dichiarativo

Di seguito approfondiamo alcuni aspetti relativi alla determinazione dell’imposta nel regime dichiarativo. Nei regimi del risparmio amministrato e di quello gestito, le stesse procedure vengono poste in essere dal sostituto d’imposta, il quale si occupa di tutti gli adempimenti fiscali per conto del contribuente.

È utile precisare che, mentre tutte le banche nazionali consentono l’opzione per il regime amministrato, alcuni broker internazionali non sono sostituti d’imposta e pertanto non consentono tale opzione.

In tali casi dovrà essere necessariamente scelto il regime dichiarativo.

Il contribuente che è in regime dichiarativo dovrà compilare il quadro RT del Modello Unico.

La plusvalenza, o capital gain, rappresenta la differenza positiva tra il prezzo di vendita di uno strumento finanziario e il prezzo di acquisto, aumentata degli oneri quali le commissioni. Se tale differenza fosse negativa, si parla di una minusvalenza, o capital loss.

Come dichiarare le plusvalenze da trading?

Le plusvalenze derivanti dall’attività di trading devono essere indicate al netto delle minusvalenze realizzate nello stesso anno d’imposta e certificate da un intermediario.

Nel caso in cui l’ammontare delle minusvalenze sia superiore a quello delle plusvalenze, l’eccedenza può essere portata in deduzione.

Le minusvalenze si possono dedurre fino a concorrenza dalle plusvalenze realizzate nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il quarto anno. In sostanza, dopo 4 anni, le minusvalenze “scadono”.

Altra condizione è che tali eccedenze siano indicate nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale le minusvalenze si sono realizzate.

Le modifiche dell’aliquota di tassazione del capital gain, di cui si dirà tra poco, comporta che le eccedenze delle minusvalenze certificate da un intermediario saranno deducibili in quote, a seconda del momento in cui sono state realizzate, in particolare come segue:

  • 48,08% se realizzate in un regime di tassazione al 12,5% (in vigore fino al 31 dicembre 2011);
  • 76,92% se realizzate in un regime di tassazione al 20% (in vigore fino al 30 giugno 2014).

Tutte le tasse sul trading

L’aliquota sulle rendite finanziarie, da applicarsi alla base imponibile costituita dalle plusvalenze nette, hanno subito le seguenti modifiche nel corso degli ultimi anni:

  • Fino al 31 dicembre 2011: 12,5%;
  • Dal 1° gennaio 2012 al 30 giugno 2014: 20%;
  • Dal 1° luglio 2014, invece, il capital gain sconta un’aliquota del 26%.

Per i dettagli si rinvia alle istruzioni del Modello Unico (www.agenziaentrate.it) e alle indicazioni dei consulenti fiscali.

La Tobin Tax: come funziona?

A partire dal 1° marzo 2013 è stata istituita un’imposta sulle transazioni finanziarie di cui tener conto; è forse una delle tasse sul trading più controverse.

Si tratta della cosiddetta “Tobin Tax”, che si applica ai trasferimenti di proprietà di azioni e strumenti partecipativi emessi da società residenti nel territorio dello Stato.

Nello specifico saranno soggette alla tassazione (a carico del solo acquirente) le transazioni su azioni di società italiane quotate, aventi capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro (valutata al 30 novembre di ogni anno). E ciò a prescindere dal paese dal quale proviene l’ordine di acquisto o dal mercato in cui tali società sono quotate.

Inoltre, anche per gli strumenti derivati aventi come sottostante le società di cui sopra, a partire dal 1° settembre 2013 è prevista l’applicazione della Tobin Tax.

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Tasse nel trading: come si applica la Tobin Tax?

L’aliquota prevista per le transazioni su azioni è dello 0,10% sul controvalore del saldo netto positivo di fine giornata. Si applica, invece, lo 0,2% nel caso in cui le azioni siano negoziati al di fuori di un mercato regolamentato (cioè Over The Counter – OTC).

L’applicazione della tassa, per le sole azioni, avviene sul saldo netto di fine giornata relativo allo stesso strumento finanziario. Si applica cioè per le sole operazioni che a fine giornata generano un saldo positivo rispetto al saldo del giorno precedente.

Di conseguenza, questa tassa non verrà applicata sulle operazioni aperte e chiuse nella stessa giornata (intraday).

Alla negoziazione in marginazione vengono applicate le stesse aliquote dell’operatività ordinaria.

Sono escluse dall’applicazione della Tobin Tax:

  • Tutte le operazioni in leva chiuse nella stessa giornata di apertura o in marginazione intraday;
  • Le operazioni su mercati esteri (ad eccezione del mercato francese o di acquisto di azioni su mercato estero di società italiane con capitalizzazione superiore a 500 milioni);
  • Le operazioni su fondi, Sicav, obbligazioni, ETF, ETC e valute (forex);
  • I trasferimenti di proprietà delle azioni di società quotate aventi capitalizzazione media inferiore a 500 milioni di euro nel mese di novembre dell’anno precedente a quello in cui avviene il trasferimento di proprietà.

Come si calcola il valore nozionale dell’operazione su derivati?

Il valore nozionale cui applicare la tassazione in caso di operazioni su derivati si calcola nel seguente modo:

  • Per i contratti futures su indici, il numero di contratti moltiplicato per il numero di punti indice in base a cui è quotato il contratto e per il valore assegnato al punto indice;
  • Per i contratti future su azioni, il numero di contratti standard moltiplicato per il prezzo del future e per la dimensione del contratto;
  • Le opzioni su indici, il numero di contratti va moltiplicato per il prezzo del contratto (premio) espresso in punti indice e moltiplicato per il valore assegnato al punto indice;
  • Nel caso di opzioni su azioni, l’applicazione delle tasse sul trading dipendono dal numero di contratti moltiplicato per il prezzo del contratto (premio) e per la dimensione del contratto;
  • In caso di altre opzioni, la tassazione colpisce il premio pagato/ricevuto per la sottoscrizione del contratto;
  • Per warrants, covered warrants ecertificates, le tasse sul trading dipendono dal numero di warrants, covered warrants o certificates acquistati o venduti moltiplicato per il prezzo di acquisto o vendita.

Come pagare la Tobin Tax?

La Tobin Tax, relativa alle transazioni concluse in ciascun mese, deve essere versata mensilmente.

L’imposta va versata entro il 16° giorno del mese successivo alla transazione finanziaria, utilizzando i codici tributo istituiti dall’Agenzia delle Entrate per questa particolare tassa sul trading.

Tassazione dei dividendi: a quanto ammonta l’aliquota?

La tassazione dei dividendi prevede una ritenuta sul dividendo percepito pari al 26%. Ciò comporta che, se percepisci un dividendo di 100€, l’aliquota al 26% abbatte il tuo rendimento di 26€ e perciò il tuo rendimento netto sarà di 174€.

In materia vige il principio di cassa: la tassazione sui dividendi cioè si applica solo al momento del realizzo.

In ogni caso, non dovete preoccuparvi di dichiarare i redditi da dividendi perché la applica direttamente la società.

Con la legge n. 205 del 2017, il legislatore ha apportato alcune modifiche parificando il trattamento relativo ai dividendi ed alle plusvalenze derivanti da partecipazioni non qualificate e qualificate.

Una partecipazioni azionaria è qualificata se, alternativamente:

  • Attribuisce una percentuale di capitale superiore al 5% o al 25%, a seconda che la società sia o meno quotata;
  • Attribuisce una percentuale di diritti di voto superiore al 2% o al 25%, sempre in base a se la società emittente le azioni sia quotata o non quotata.

In ogni caso, a partire dal 1° gennaio 2018, il trattamento fiscale è il medesimo, al di fuori dell’esercizio di impresa: in entrambi i casi si applica la tassazione sui dividendi e sulle plusvalenze pari al 26%.

Continua, invece, ad avere rilevanza la localizzazione della società che paga i dividendi, che può comportare l’applicazione di una doppia tassazione sui redditi finanziari.

Doppia tassazione sui dividendi azionari

Ci si riferisce alla Withholding Tax: molti Paesi prevedono una trattenuta fiscale sui dividendi in uscita. Ci sono alcune eccezioni, in particolare per quei Paesi che hanno stipulato particolari accordi con l’Italia.

In sostanza è possibile che, di fronte ad alcune partecipazioni, tu veda ridotto il guadagno per più del 26%, che, come abbiamo visto, è la tassazione tipica che colpisce i dividendi.

A queste tasse, infatti, devi aggiungere, e quindi sottrarre dal rendimento, una tassazione alla fonte coincidente con la ritenuta fiscale sui dividendi in uscita, applicata dallo specifico Paese in cui risiede la società che stacca il dividendo oppure stabilita da una specifica norma convenzionale.

La base imponibile della tassazione sui dividendi rimane legata a quanto disposto dall’articolo 59 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

Potrai subire una semplice ritenuta a titolo di imposta del 26%, se al momento dell’incasso interviene un intermediario residente (in questo caso si parla di netto frontiera). Questo modo può quindi essere usato per ridurre la doppia imposizione.

Al contrario, dovrai applicare un’imposta sostitutiva se non c’è un intermediario residente a fare da tramite: la liquidazione dell’imposta avverrà quindi in dichiarazione dei redditi.

Tassazione sui dividendi per le imprese

Dal 2018, per le società di capitali, la base imponibile della tassazione è il 5% dell’ammontare del dividendo, con esenzione quindi del 95%.

Mentre per le società di persone e per le persone fisiche operanti in regime d’impresa, il trattamento fiscale sui dividendi comporta che il 58,14% del dividendo va a concorrere alla formazione del reddito complessivo che verrà poi tassato con aliquota IRES o IRPEF.

Fino al 31 dicembre 2016, l’imponibile era pari al 49,72%. L’aumento al 58,14% è dovuto ad una riduzione negli anni dell’IRES. Diminuendo l’IRES, è aumenta la quota di rilevanza per mantenere costante la tassazione.

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Tasse sul trading: che cos’è il capital gain?

I redditi da dividendi sono redditi da capitale e non vanno confusi con il capital gain, sebbene la tassazione che colpisce dividendi e capital gain sia la medesima. L’aliquota, infatti, è in entrambi i casi al 26%.

Al contrario, il capital gain o plusvalenza rientra tra i redditi diversi ai sensi dell’art.67 del TUIR. Invece, per le imprese esso rientra tra i redditi d’impresa.

La base imponibile corrisponde alla differenza tra il prezzo di vendita e il costo fiscale dello strumento.

Prima però di vedere come funzionano le tasse sul trading online, capiamo cosa si intende per “capita gain”.

Il capital gain indica il guadagno in conto capitale. Definisce il profitto conseguito dalla compravendita dei tuoi strumenti finanziari.

Se gli strumenti sono aumentati di prezzo rispetto al tuo acquisto iniziale, allora hai ottenuto un capital gain. Si tratta, quindi, della differenza tra il prezzo di vendita o rimborso e quello di acquisto o sottoscrizione.

La plusvalenza o capital gain è allora solo una parte del rendimento totale degli investimenti.

Alcuni strumenti, infatti, hanno altri elementi che concorrono a incrementare il guadagno: ad esempio, i dividendi nelle azioni o le cedole nelle obbligazioni.

Azioni: come calcolare le tasse sul capital gain?

Il decreto legge n. 66 del 2014 ha alzato la tassazione sulle plusvalenze.

Prima del 2014 venivano tassate “solo” al 20%, mentre ora con l’imposta sul capital gain è del 26%.

La tassazione sul capital gain si calcola nel momento in cui si rivende uno strumento precedentemente acquistato. 

Per il calcolo delle tasse sul capital gain basta sottrarre dal prezzo di vendita, al netto di eventuali commissioni, il prezzo di carico (che può o meno coincidere con il prezzo d’acquisto), al netto anche questo degli oneri.

Che cos’è il prezzo di carico?

In molti acquistano la stessa azione in tempi diversi. Ad esempio, 10 azioni un giorno e 20 azioni settimana dopo. In questo caso, il prezzo di acquisto delle 20 azioni potrebbe essere diverso da quello delle 10 azioni comprate prima.

La tassazione sul capital gain si applica allora sulla media ponderata di compravendita dei titoli.

Il prezzo medio risulta dalla media dei prezzi di ogni operazione d’acquisto, pesato per le quantità acquistate. Ottieni così l’importo su cui applicare l’aliquota di tassazione del 26%.

Questa ‘infografica estratta dal sito di Borsa Italiana riassume le tasse che si applicano al trading ad oggi e l’importo della tassazione, a seconda dello strumento finanziario. tasse trading

Day trading: come calcolare le tasse sul trading online?

La tassazione del capital gain nel day trading dipende dalla giornata di compravendita.

Se su un solo giorno apri e chiudi operazioni in acquisto e in vendita, devi conteggiare il prezzo medio di vendita e il prezzo medio di acquisto e sottrarli tra di loro. Il prezzo medio corrisponde alla media dei prezzi delle singole operazioni pesata per le quantità acquistate e rivendute.

Se avete guadagnato, siete in capital gain e dovrete quindi dichiarare tale rendimento sul quale verranno applicate le tasse.

Tasse sul trading online: come funziona per i derivati?

Per quanto riguarda la tassazione dei derivati (futures, opzioni, CFD, warrants, covered warrants e certificates), questa è applicata sia sulle transazioni di acquisto che di vendita, sia intraday che multiday e colpisce tanto il compratore quanto il venditore.

La tassazione sul trading online su derivati è pari al 26%.

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La tassazione dei fondi comuni

Cn la riforma del 2014, anche la tassazione dei fondi comuni di investimento è stata incrementata dal 20% al 26%. Per le plusvalenze realizzate prima del 2014, l’aliquota rimane al 20%.

La tassazione sulle plusvalenze si applica nel momento del disinvestimento, cioè quando si rimborsano le quote del fondo.

L’aliquota del 26% si applica sulla base imponibile data dalla differenza, se positiva, tra il valore di riscatto delle quote e il costo medio ponderato di sottoscrizione, noto come CMP.

La tassazione dei fondi comuni “ibridi”

La tassazione dei fondi comuni è diversa a seconda che il fondo sia azionario, obbligazionario governativo o bilanciato.

Prendiamo ad esempio un fondo bilanciato, che prevede anche una componente obbligazionaria. In questo caso, la tassazione sarà “ibrida”.

Per farti capire meglio: la parte investita in Titoli di Stato verrà tassata con aliquota al 12,50%, mentre la parte azionaria e quella obbligazionaria societaria al 26%.tasse trading

Vediamo ora in maggior dettaglio come si fa a calcolare la tassazione sul trading o sugli investimenti in fondi comuni.

Riprendiamo il fondo bilanciato e ipotizziamo che esso investe il 50% in azioni e il 50% in Titoli di Stato.

Sul 50% azionari, dovrai pagare tasse al 26%. Sulla parte in Titoli di Stato, invece, vedrai applicata l’aliquota al 12,5%.

Supponiamo che tu abbia acquistato 100 quote di un fondo comune e che ogni quota l’hai acquistata a 200€ e l’hai rivenduta a 220€. Il tuo capital gain sarà di 20€ per ciascuna quota.

Viene quindi effettuato il seguente calcolo per la parte investita in Titoli di Stato: 20*12,5%*50% e il risultato va moltiplicato per il numero di quote da te possedute.

Per la componente azionaria, si aggiunge il seguente calcolo: 20*26%*50% e nuovamente si moltiplica il tutto per il numero delle quote.

Il guadagno finale sarà dato da: 20 (capital gain) per il numero di quote e ad risultato va sottratta la tassazione calcolata come sopra.

Focus tassazione fondi comuni: i LIE

Il termine LIE indica il Livello Impositivo Equalizzato, cioè l’imponibile che subirà la tassazione ordinaria al 26%.

Il calcolo è questo:

%L.I.E. = (%AR * %EQ) + %AO

  • AR è la percentuale ad aliquota ridotta (12,5%) per i titoli di Stato italiani e Titoli di Stato di altri paesi in White List;
  • EQ è il rapporto tra l’aliquota ridotta e e quella ordinaria (48,08%);
  • AO è la percentuale che subisce la tassazione con l’aliquota ordinaria.

Il risultato determina l’imponibile da assoggettare all’aliquota ordinaria.

Farà tutto l’intermediario e voi avrete accreditato sul conto direttamente il guadagno al netto della tassazione.

Come dichiarare le plusvalenze da fondi comuni?

La tassazione sui fondi comuni di investimento si applica ad ogni movimentazione delle quote: che sia un rimborso totale oppure parziale, oppure uno switch su un comparto diverso del fondo.

Anche in caso di trasferimento delle quote da un deposito amministrato ad un altro deposito amministrato con diverso intestatario, si dovrà pagare la tassazione sul trading.

E la tassazione sui titoli di Stato? È agevolata

Vediamo ora come funziona la tassazione dei titoli di Stato italiani e europei.

In Italia la tassazione sui titoli di Stato è agevolata, come abbiamo già avuto modo di vedere parlando della tassazione sui fondi comuni di investimento.

Al fine di incentivare l’investimento in titoli di Stato, viene applicata un’aliquota fiscale più vantaggiosa rispetto ad altri investimenti.

Sapere quale sia la tassazione sui titoli di Stato è importante per monitorare l’andamento del tuo investimento e valutare come e quando smobilizzarlo o meno.

Insomma, conoscere quali tasse si applicano al trading è fondamentale per valutare l’economicità e l’efficienza di un investimento.

Qual è la tassazione dei BOT o dei BTP? È più o meno conveniente rispetto alla tassazione sui titoli di Stato europei?

Procediamo con calma e scopriamo intanto qual è la tassazione sui titoli di Stato.

Quante tasse si pagano sui titoli di Stato italiani?

La ritenuta fiscale sui titoli di Stato italiani è applicata alla fonte ed è a titolo definitivo.

Questa tassazione sui titoli di Stato è pari al 12,5% ai sensi del Decreto Legislativo n. 239 del 1996 e del D.P.R. n. 917 del 1986.

E le cedole? A quale tassazione sono sottoposte?

La tassazione delle cedole dei BTP e degli altri titoli di Stato italiani è anch’essa fissa al 12,5%, sia che derivino da titoli scambiati sul mercato dei capitali sia che vengano incassate in virtù di un portafoglio a cedola.

La tassazione dei BOT e dei CTZ, invece, è diversa dato che non hanno cedole?

In questo caso, l’interesse ammonta alla differenza positiva tra il valore di rimborso ed il valore di acquisto dell’obbligazione. Questo interesse verrà anch’esso tassato con l’aliquota ridotta al 12,5%.

Tassazione sui titoli di Stato europei: è diversa da quelli italiani?

Puoi stare tranquillo! Se risiedi in Italia e possiedi titoli di Stato europei, la tassazione è sempre al 12,5%.

Sono però esclusi dal regime agevolato di tassazione dei titoli di Stato, le obbligazioni emesse da Stati non inclusi nella cosiddetta White List.

Invece, per tutti i Paesi inclusi nella lista, le tasse sui titoli di Stato ammontano al 12,50% dell’interesse percepito.

Tassazione sui titoli di Stato esteri

Lo stesso discorso fatto per i titoli di Stato europei vale per i titoli di Stato esteri: la tassazione agevolata non si applica ai titoli emessi da Paesi inseriti nella Black List. I Paesi che, invece, rientrano nella White List scontano, sui loro titoli obbligazionari, l’aliquota ridotta al 12,5%.

Questa tassazione conveniente sui bond esteri vige anche per alcuni enti sovranazionali.

Vediamo tutto, in maniera più semplice, con un esempio.

Se investi in titoli di Stato tedeschi, la tassazione è al 12,5%.

Facciamo finta che i tuoi bund tedeschi abbiano reso 100€ (anche se in realtà danno un interesse negativo, ma questa è un’altra storia). Su questa plusvalenz, dovrai scontare la tassazione applicata ai titoli di Stato esteri inseriti in White List al 12,5%. Insomma, paghi 1,25€ di tasse sull’investimento.

Nel caso, invece, in cui tu abbia investito in bond del Principato di Monaco, che non è nella White List, allora subirai una tassazione differente. In particolare, le tasse da pagare saranno quelle ordinarie al 26%.

In ogni caso, prima di fare trading su titoli stranieri, informatevi nel dettaglio. Come riporta il nostro Ufficio Studi, su alcuni titoli potrebbero venire applicate alcune ritenute alla fonte aumentando, così, l’importo fiscale finale trattenuto.

Dal 2021, la White List dell’Agenzia delle Entrate viene sostituita da una lista unica dell’Unione Europea.

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Com’è la tassazione dopo la Brexit?

Per i titoli di Stato britannici sono ora vigenti le nuove regole dell’EU-UK Trade and Cooperation Agreement.

I bond sono tassati al 26%.

Tutto va quindi di valutato attentamente. A fronte di potenziali rendimenti più alti, i rischi di investire in titoli esteri e la relativa tassazione potrebbero non rendere conveniente l’investimento nel suo complesso.

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Come pagare le tasse sul trading? Il quadro RW e il quadro RM

Nel caso in cui l’attività di trading sia svolta per il tramite di un broker finanziario avente sede all’estero, potrebbe verificarsi la necessità di adempiere agli obblighi di monitoraggio fiscale prima di pagare le tasse sul trading.

In sostanza, hai l’obbligo di compilare il quadro RW del Modello Unico.

Trading e tasse: il quadro RW

Il quadro RW deve essere compilato, ai fini del monitoraggio fiscale, dalle persone fisiche residenti in Italia per pagare le tasse per l’attività di trading che implica la detenzione di investimenti all’estero.

Il quadro vale ai fini della liquidazione dell’imposta sul valore dei prodotti finanziari, dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero. La tassa da applicare è l’IVAFE (Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero).

L’obbligo di monitoraggio, invece, non sussiste per i depositi e conti correnti bancari costituiti all’estero, a patto che il valore massimo complessivo raggiunto nel corso del periodo d’imposta non sia superiore a 10.000€.

Resta fermo l’obbligo di compilazione del quadro laddove sia dovuta l’IVAFE.

Questo obbligo sussiste anche se il contribuente nel corso del periodo d’imposta ha totalmente disinvestito.

In merito all’obbligo di compilazione del quadro RW di monitoraggio fiscale, in conseguenza del rapporto con un broker estero, a differenza di quanto previsto dalla normativa in vigore fino al 31 dicembre 2012, ai fini dell’esonero:

Non è più sufficiente che i flussi finanziari e i redditi delle attività oggetto di monitoraggio siano stati riscossi per il tramite di intermediari residenti, essendo stabilito che l’esclusione da monitoraggio è subordinata anche all’applicazione del prelievo da parte del soggetto che interviene nella riscossione dei predetti flussi […] mediante l’applicazione dell’imposta sostitutiva nell’ambito dei regimi del risparmio amministrato o gestito” (Circolare Agenzia delle Entrate, 23 dicembre 2013 n. 38/E/2013 pag. 53).

Nel caso in cui il broker non consenta l’opzione per il regime amministrato, pertanto, non essendo più previsto l’esonero in caso di assenza di sostituzione d’imposta, non paiono esserci più dubbi in merito all’obbligatorietà della compilazione del quadro RW.

Le tasse nel trading su titoli esteri: l’IVAFE

L’imposta, calcolata sul valore dei prodotti finanziari e dovuta proporzionalmente alla quota di possesso e al periodo di detenzione, è pari all’1 per mille annuo per il 2012, all’1,5 per mille per il 2013, e al 2 per mille a decorrere dal 2014.

Il valore dei prodotti finanziari è costituito dal valore di mercato, rilevato al termine di ciascun anno solare nel luogo in cui gli stessi sono detenuti. Se al 31 dicembre le attività non sono più possedute, si fa riferimento al valore di mercato rilevato al termine del periodo di possesso. Per le attività finanziarie che hanno una quotazione nei mercati regolamentati deve essere utilizzato questo valore.

Per i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti all’estero, l’imposta è stabilita nella misura fissa di 34,20 euro per ciascun. Questa imposta, esattamente come la nostra imposta di bollo, non è dovuta quando la giacenza media annuo non è superiore a 5.000 euro.

Tasse sul trading: quando compilare il quadro RM?

Se non ti sei avvalso di un intermediario italiano ed hai percepito redditi di capitale (ad esempio, dividendi) derivanti dall’attività di trading su titoli esteri, potresti dover compilare il quadro RM per pagare le tasse sulla tua attività di trading.

Ad esempio, se avete percepito 200€ dal vostro investimento in azioni USA, vedrete applicato dapprima il 10%, che è la ritenuta in uscita applicata dagli USA e definita dal regime contro le doppie imposizioni.

Ora, nel caso in cui abbiate un intermediario residente in Italia, sui 180€ di dividendo, quindi al netto del 10% trattenuto dagli USA, vi verrà applicata l’aliquota fiscale del 26%.

Se, invece, non avete alcun intermediario italiano, ricordati di inserire l’importo del dividendo percepito nel quadro RM della dichiarazione dei redditi: l’aliquota verrà applicata sul lordo e la tassazione corrisponderà a circa 52€

In alcuni casi, le convenzioni contro le doppie imposizioni non vengono rispettate.

Se noti alcune imposizioni non corrispondenti a quanto disposto dalla legge, rivolgiti all’Agenzia delle Entrate che ti aiuterà, ad esempio, con il modulo Tax Claim a chiedere il rimborso di quanto indebitamente pagato.

NOTA CONCLUSIVA: IL QUADRO FORNITO IN QUESTA PAGINA COSTITUISCE UNA RAPPRESENTAZIONE GENERALE DELLA FISCALITÀ NELL’AMBITO DEL TRADING.

NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UNA TRATTAZIONE ESAUSTIVA DELL’ARGOMENTO.

NON TIENE CONTO DELLE SPECIFICITÀ DELLE SINGOLE SITUAZIONI.

PER APPROFONDIRE ED ADEMPIERE AL MEGLIO A TUTTI GLI OBBLIGHI PREVISTI DAL NOSTRO ORDINAMENTO TI CONSIGLIAMO DI CONTATTARE IL TUO CONSULENTE DI FIDUCIA.

Buon Trading!

Alessandro Moretti

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I commenti sono chiusi.

  1. Al
    Settembre 9, 2018

    Sono totalmente a digiuno dell’argomento, e quindi chiedo scusa se la domanda è stupida: non ho capito se la TOBIN TAX nel caso di regime amministrato è pagata automaticamente dalla banca.

    • A. Moretti
      Settembre 9, 2018

      In regime amministrato pensa a tutto la banca 😉

  2. Lorenzo
    Aprile 15, 2019

    Salve. Chi opera in borsa in regime amministrato ha quache obbligo di dichiarazione nei confronti del fisco? Se, come credo, non ha obblighi dal momento che il sostituo d’imposta agisce a recupero della tassazione sul capital gain, come può il trader “certificare” il suo reddito ad esempio per chiedere un mutuo o prestito o per tutte quelle prestazioni dove occorra una dichiarazione dei propri redditi? Ringrazio anticipatamente. Saluti.

    • Master Trader
      Maggio 24, 2019

      Salve, nessun obbligo. Come già scrive. Riguardo la seconda domanda basta chiedere la copia della dichiarazione al proprio broker che non avrà problemi a fornirle. Poi se questo sia sufficiente per chiedere un mutuo o altro non rientra nella nostra competenza e dipende da banca a banca.

  3. Nat
    Giugno 10, 2019

    Salve , opero con EToro e ho conto ci più di 10000 con loro nel anno 2018 con resoconto sono in minusvalenza di -19 euro ,, devo dichiarare lo stesso minusvalenza su 730 ? O su unico ? Oppure se non dichiaro rischio una sanzione ., multa ??

  4. Walter
    Giugno 15, 2019

    Buongiorno. Nn ho capito una cosa, io opero su forex in regime dichiarativo da poco, devo versare la plusvalenza del 26% una volta l’anno riferito all’anno precedente o tutti i mesi entro il 16 x il mese precedente?
    Grazie.
    Walter.

    • Master Trader
      Luglio 7, 2019

      Salve Walter,
      basta farlo 1 volta l’anno.

  5. enzo girardo
    Dicembre 19, 2019

    l’aòiquota 26% rimane sempre la stessa sia in Regime dichiaratico che in regime amministrato. grazie

    • SegnaliDiTrading
      Dicembre 19, 2019

      Ciao Enzo, si la tassazione nel trading è al 26%

  6. Claude
    Gennaio 8, 2020

    Buongiorno,
    come si deve gestire la dichiarazione sulle criptovalute. Ho conti vari distribuiti su exchange tipo COINBASE, KRAKEN, BITFINEX, BITREX e vari paper wallet.

    Grazie

  7. igor
    Gennaio 26, 2020

    salve,
    vorrei sapere se la tobin tax deve essere pagata anche da chi fa trading tramite broker market maker.
    grazie

  8. Febbraio 15, 2020

    salve vorrei sapere se a parte i vari siti come dichiarativo esiste un sistema fai da te per estrapolare i dati utili dai report Interactive Broker